Bloccato in una guerra che sembra non avere via d’uscita, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ritorna ad attaccare i Paesi alleati della NATO, definendoli “codardi” per non aver aiutato a contrastare l’Iran. Il giorno dopo aver incontrato nello Studio ovale, la premier giapponese Sanae Takaichi (prima leader del G7 a incontrare Trump dopo gli attacchi contro l’Iran del 28 febbraio), il tycoon ha affidato al suo social network Truth lo sfogo nei confronti degli alleati: “Si sono rifiutati di partecipare alla lotta contro l’Iran nucleare. Ora che questa battaglia è stata vinta militarmente, senza grandi rischi per loro, si lamentano dell’alto prezzo del petrolio che sono costretti a pagare, ma si rifiutano di contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è, tuttavia, l’unica causa di questi prezzi esorbitanti”. Il messaggio di Trump termina con una minaccia: “Così facile per loro, così poco rischio! Codardi! E non ce lo dimenticheremo”.

In precedenza, Trump aveva richiesto aiuto agli alleati della NATO e alla Cina per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, un passaggio fondamentale per le forniture energetiche nella regione del Golfo Persico, ricca di petrolio. Giovedì, Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno diramato una dichiarazione congiunta dicendosi “pronti a contribuire” agli sforzi per garantire la sicurezza del passaggio nello Stretto di Hormuz, condannando gli attacchi iraniani contro le infrastrutture energetiche, ma interpellati sulle eventuali mosse da compiere diversi leader dei Paesi firmatari hanno escluso la possibilità di contribuire alla sicurezza dello stretto finché le ostilità saranno in corso.

L’Iran sta bloccando la strategica via d’acqua porta d’accesso ai ricchi giacimenti di petrolio e gas del Golfo da settimane.

Secondo dati dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO), circa 20.000 marinai sono bloccati a bordo di 3.200 navi a ovest dello Stretto di Hormuz, a causa della guerra in Iran. In una nota, il segretario generale dell’Imo, Arsenio Dominguez, ha sollecitato gli Stati di bandiera delle navi e i Paesi costieri a dare “priorità al sostegno dei marittimi in difficoltà” e “incoraggiato il loro rimpatrio, ove possibile”.

Dall’inizio delle ostilità, almeno 21 navi sarebbero state prese di mira o attaccate, principalmente a causa delle rappresaglie iraniane contro le azioni militari israeliane e statunitensi.

Secondo i dati di diverse autorità marittime, proiettili, missili e mine navali hanno colpito oltre 18 navi mercantili, causando la morte accertata di almeno otto marittimi, mentre quattro risultano ancora dispersi. La situazione di crisi ha spinto l’IMO a valutare diverse risoluzioni, tra cui una che mira a istituire un corridoio marittimo sicuro per l’evacuazione delle navi in ​​difficoltà e dei loro equipaggi.

I dati di tracciamento delle navi indicano che 16 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti petroliferi hanno smesso di transitare attraverso lo Stretto di Hormuz, un calo impressionante dell’80% rispetto alla media del 2025.

Gli effetti diretti sulle economie del Golfo sono già visibili. Oltre alla produzione e all’esportazione di idrocarburi, si stanno verificando ripercussioni in settori industriali come l’alluminio, la petrolchimica e l’acciaio, nonché nel turismo, nel settore bancario e nella logistica. JPMorgan stima un calo dello 0,6% del PIL combinato dei sei Stati del Golfo per il 2026, dopo cinque anni di crescita sostenuta, con Oman e Arabia Saudita che risultano i meno colpiti.

Gli effetti sui Paesi UE stanno riguardando i Paesi che più importano prodotti dalla regione, in particolare gas naturale liquefatto. Giovedì, a seguito degli attacchi iraniani lanciati contro le infrastrutture dell’impianto di gas di Ras Laffan in Qatar, in risposta ai raid israeliani contro il giacimento di South Pars (il lato iraniano del giacimento condiviso con Doha), l’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, ha dichiarato giovedì a Reuters che la società sarà costretta a cancellare i contratti di fornitura di gas naturale liquefatto a lungo termine per un periodo massimo di cinque anni. L’azienda statale, che produce un quinto del GNL mondiale, ha dichiarato che i danni potrebbero avere ripercussioni sulle consegne a Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. “Si tratta di contratti a lungo termine per i quali siamo costretti a dichiarare la forza maggiore”, ha affermato al-Kaabi.

Gli attacchi hanno danneggiato due dei 14 impianti di liquefazione del gas naturale (GNL) del Qatar e un impianto di conversione del gas in liquidi, ha dichiarato giovedì QatarEnergy. Le interruzioni comporteranno una riduzione di circa 12,8 milioni di tonnellate di GNL all’anno sul mercato, pari a circa il 17% della capacità di esportazione totale del Qatar e a circa il 3% dell’offerta globale, per un periodo stimato tra i tre e i cinque anni.

Trump medita l’invio di truppe

Intanto, i media statunitensi parlano di un possibile invio di militari statunitensi per occupare o bloccare l’isola iraniana di Kharg per fare pressione sull’Iran affinché riapra lo Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferisce il portale Axios, un’operazione per conquistare l’isola di Kharg, situata a 24 chilometri dalla costa e che gestisce il 90% delle esportazioni di petrolio greggio iraniano, potrebbe esporre le truppe statunitensi in modo più diretto al fuoco nemico.

Pertanto, un’operazione del genere verrebbe lanciata solo dopo che l’esercito statunitense avrà ulteriormente indebolito la capacità militare iraniana intorno allo Stretto di Hormuz.

“Ci occorre circa un mese per indebolire ulteriormente gli iraniani con gli attacchi, conquistare l’isola e poi prenderli di mira e usarla come leva per i negoziati”, ha affermato una fonte a conoscenza del pensiero della Casa Bianca, citata da Axios. L’isola di Kharg sia fondamentale per l’industria petrolifera iraniana, non vi è alcuna garanzia che la sua conquista convincerebbe Teheran a raggiungere la pace alle condizioni di Trump.

Un’operazione di questo tipo, se approvata, richiederebbe anche l’invio di ulteriori truppe. Tre diverse unità dei Marines sono in viaggio verso la regione. La USS Boxer e altre due navi d’assalto anfibie, insieme a circa 2.500 marines dell’11ma Unità di Spedizione dei Marines, sono partite dal loro porto di base a San Diego e sono dirette in Medio Oriente.

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